Dal volume “Pianto, amore e un po’ de bonumore”
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Sarìa belo esse nati qui sopro sta Tera,
tra ste robe bele che c’émo truvato,
el zole, le stele… tuto el Criato.
Bela è la Luna che brila la sera
e i fa ‘l giro tondo,
pare che prega cun anima e core
e predica al mondo la pace e l’amore.
E gira, rigira,
pulita, sincera, dal celo rimir
l’uròre indurate, i tramonti de rosa,
pianure, valate, còli ridenti,
fureste, buroni, muntagne inevate,
i deserti, le dune,
ride ala sposa che conta le lune.
Passa sul mare, se spechia biata,
pare na fata, po soto na nuvula zita scumpare,
ma bela ripare,
saluta la gente cuscì, suridente:
quanto ié piace l’amore e la pace!
E usserva piacente cunventi, casteli
riflessi tra gli alberi ai bordi d’i laghi,
voli de nuvuli d’ale d’uceli,
campi undegianti de biada e frumento,
bagiati dal zole, cullati dal vento,
pasculi verdi, puledri sbriiati,
branchi d’armenti satoli pri prati.
Cave, cantieri, forni, feriere,
e nuvole bianche, gialognole, nere;
tra cupi, assurdanti, stridenti fragori,
crestiani a miari, miari de cori,
gente bunària, cuscente e capace,
che suda, lavora e ha bisogno de pace.
La pace è l’amore che a vive c’invita,
l’amore è la vita,
è fiuleti che cure inframezo ai giardini,
che giòghene alegri cui ochi che brila,
chi salta, chi strila…
criature d’amore, te tòchene ‘l core,
cuscì picenini che pare uceleti
che vola tra i pini, sui copi d’i teti,
e fa ‘l girutondo; l’è belo stu mondo!
Te chiama cul core ala vita, al’amore.
Te penza, riflete, po fate capace,
cus’è de stu mondo se manca la pace?
E i più grandiceli, fenita la scola,
studiata la storia, va a fa gacigoria
su e gié pe’ la piaza, fa come la spola,
rincure la pala, la calcia, strapaza,
e scutula, stramaza, ma gode che sciala!
Lassa che sfoga,
lassa che stride,
gnent’è più belo d’un fiolo che gioga,
gnent’è più caro d’un fiolo che ride!
Quanto me gusta, quanto me piace
la beta cupieta che ciùciula in pace!
La pace è l’amore, i fioli, la vita…
è na richeza, furtuna infenita!
Ma penza, ragiona, po fate capace,
cus’è de st’amore,
cus’è de sti fioli,
cus’è de sta vita, se manca la pace?
L’è bela la pace!

Commento critico
Questa lirica rappresenta un esempio cristallino di poesia vernacolare che trascende il bozzettismo locale per farsi portavoce di un messaggio universale.
Il dialetto viene utilizzato non per restringere il campo, ma per amplificare l’autenticità. Il dialetto qui funge da “lingua della verità”: molti termini conferiscono una fisicità e una musicalità che l’italiano standard fatica a restituire. È una lingua che “sa di terra” e che rende il desiderio di pace non un concetto astratto, ma un bisogno primario dei “crestiani a miari”.
La poesia segue un movimento cinematografico, quasi un lungo piano sequenza inziando con uno sguardo verso l’alto, verso il cosmo (el zole, le stele, la Luna) e descrivendo un Creato armonioso e quasi fatato.
Lo sguardo si abbassa poi sul paesaggio antropizzato. Qui l’autore opera una sintesi mirabile tra l’idillio dei pasculi verdi e la realtà dura delle cave, cantieri, feriere. Non c’è separazione: il lavoro umano fa parte del girotondo del mondo.
L’obiettivo infine si stringe sull’umanità, sui soggetti più fragili e preziosi: i fiuleti. La loro gioia è il termometro della salute del mondo.
Un elemento critico interessante è il ruolo della Luna. Non è solo un elemento decorativo; è una figura senziente che predica, rimira, osserva piacente. Funge da occhio morale che sorvola la terra e vede la bellezza, ma anche la fatica della “gente bunària” che lavora sotto i fragori dell’industria.
Il ritmo è incalzante, basato su rime e assonanze semplici ma efficaci (pace, piace, capace – vita, invita, infenita). Questo stile ricorda la tradizione dei cantastorie o delle filastrocche popolari. L’uso del girotondo come metafora visiva e ritmica sottolinea l’idea di un’armonia necessaria che lega il cielo alla piazza del paese.
L’efficacia critica della poesia risiede nel suo finale. Nazarè non si limita a dire che la pace è bella; usa la tecnica dell’interrogazione retorica.
Cus’è de st’amore, / cus’è de sti fioli, / cus’è de sta vita, se manca la pace?
Qui la poesia si fa civile e politica nel senso più alto del termine. La bellezza della natura, l’amore dei figli e il progresso industriale vengono svuotati di significato se manca la cornice della pace. È un monito potente: senza la pace, ogni “richeza” diventa cenere.
La poesia di Nazarè è un’opera di resistenza poetica. In un mondo spesso descritto attraverso “stridenti fragori”, l’autore sceglie la via della limpidezza e del sentimento immediato. È una lode all’esistenza che trova il suo vertice nell’immagine del bambino che gioca: l’espressione massima di una libertà che solo l’assenza di conflitto può garantire.
Un testo che, pur partendo dal “bonumore” del titolo, approda a una riflessione di profonda e commovente serietà.
È una poesia che ha una forza incredibile proprio nella sua apparente semplicità, quasi come se fosse stata dipinta a pennellate rapide e decise, senza troppi fronzoli, per lasciare che sia la natura stessa a parlare.
In un certo senso, lo stile di Nazarè ricorda un po’ quel modo di fare arte dove non serve rifinire ogni dettaglio per trasmettere un’emozione vera: basta la macchia di colore giusta, o la parola dialettale più “ruvida”, per rendere l’idea della vita che pulsa.