dal volume “Scenette e scenate”

Eh’, Giuvanì, semo de leva, semo!…
Mah! Chi ‘l zza che nun mora prima i agneli
che le pègore, invece! – Vederemo!
… Mbè, buta bè ? – Da pori vechiareli …
Eh, ancora vo’ … È ferniti i tempi beli …
I tempi beli ? E quandu, Aristudemo ?
Da picenì so statu ai «Gnuranteli»,
‘dessu a l’Uspiziu … Ma, oramai, ce semo …
A me, del restu, non m’infregarìa.
Ma le mòniche! Quele!… Ste madone,
te scocia sempre cun Gesù e Maria!…
Vole che me cunfessa: «Eh: voi, Batista,
andarete a l’inferno!» «Va benone!
Tuta la vita mia ho fatu el fughista!…»
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Commento (AI)
Questo sonetto di Duilio Scandali è un piccolo capolavoro di arguzia popolare e realismo umano. Scandali, il massimo esponente della poesia in vernacolo anconetano, riesce a condensare in quattordici versi la filosofia rassegnata, ma mai doma, della “doricità”.
Ecco un’analisi dei punti chiave del componimento:
Il dialogo tra “vecchi” – Il componimento si apre con un incontro casuale tra due coetanei (“semo de leva”); il tono è quello tipico della conversazione da strada: un misto di saggezza amara e fatalismo. Il proverbio rovesciato – il dubbio che muoiano prima gli agnelli delle pecore – introduce subito il tema della precarietà della vita, trattato però con la ruvida schiettezza tipica del porto.
Una vita di privazioni – Attraverso le risposte di Aristodemo (o Batista, come viene chiamato verso la fine), Scandali traccia una biografia della povertà urbana di un tempo citando i “Gnuranteli” (riferimento all’istituto del Buon Pastore, dove venivano mandati i bambini poveri o orfani) e l’Uspiziu. La battuta “I tempi beli? E quandu?” è una sferzata di realismo: per chi è nato povero, non esiste il mito della “bellezza della gioventù”.
Lo scontro con l’autorità religiosa – La parte più vivace è sicuramente l’ultima terzina. Emerge il fastidio del vecchio per la disciplina dell’ospizio, rappresentata dalle monache (“ste madone”) e dalle loro continue pressioni morali. Il conflitto tra la religiosità formale delle suore e lo spirito laico e pragmatico dell’anconetano è evidente.
La “stoccata” finale – Il sonetto si chiude con una battuta fulminante che definisce il carattere del protagonista: «Vole che me cunfessa: “Eh: voi, Batista, / andarete a l’inferno!” “Va benone! / Tuta la vita mia ho fatu el fughista!…”»
La risposta di Batista è geniale per due motivi:
– l’orgoglio: c’è una sorta di accettazione del proprio destino che sfida la paura del castigo divino con un’alzata di spalle;
– l’ironia sul mestiere: avendo fatto il fughista (fuochista di piroscafi o in ferrovia), il calore dell’inferno non lo spaventa; è un ambiente che già conosce professionalmente