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Giancarlo Galeazzi è un anconetano doc, del quale sono diventato amico di social grazie a Facebook, che ha veicolato fino a me il suo amore per la nostra città e la sua grande esperienza.
Giancarlo, classe 1937, è nato nella “maternità” dell’ex convento della chiesa dell’Annunziata di via Podesti.
Del “Rió dela fetina” conserva vividi e succosi ricordi, a dispetto degli anni che si ritrova sulle spalle; e per non far perdere il bagaglio delle sue infinite, lucide e interessanti memorie, ha scritto – credo senza darlo alle stampe – un libro denso dei suoi ricordi di vita; un libro che, sono convinto, farebbe la gioia di una marea di persone che nel rione Adriatico ci sono nate e vissute o magari che sono andate a vivere altrove, lasciando però ntél Rió dela fetina la mente e il cuore.
Col permesso ricevuto da Giancarlo, pubblicheremo brani del suo racconto, ma per oggi, per questa sorta di introduzione, accontentiamoci di un breve scritto che mi ha inviato a febbraio 2024, dopo aver visto la puntata di Anconopoli in cui io e Marco Lucioli abbiamo raccontato la vita del quartiere negli anni ’60 e ’70.
Allora la parola a Giancarlo Galeazzi.
Sono nato nel “Rio’ dela fetina”.
Cominciamo dal “campo dei preti”, adiacente alla Chiesa del Sacro Cuore, che ai miei tempi era proprio un campo, un terreno in leggero declivio destinato ad usi agricoli, con qualche alberello. Li noi facevamo i “botti” col carburo, molto rumorosi, ma molto pericolosi!
Poi arrivarono gli alleati e Padre Bernardino chiese loro di “dare una spianata” al campo. Gli alleati, con grosse ruspe, spianarono il campo e lo portarono a livello, così da trasformarlo in un “rustico” campo di calcio, dove noi giocavamo anche quando era intriso di pioggia e il fango… “la malta ce rivava ‘ntéle rechie”.
Fra Luigi quando era festa grande ce portava in cima al campanile a sonà le campane, lui ne sonava 2 o 3 con corde legate anche nei piedi, io qualche volta il “campanó” tirando con forza la corda che dopo il rintocco ti sollevava dal pavimento.

Un altro ricordo riguarda la “pineta” del Passetto, dove andavamo a giocare al ‘calciobalilla’ (eh si, si chiamava ancora così!) di un certo Fiorani (Fiorà) che ci faceva giocare con poche lire. Le aste dei ‘pupetti’ erano dei manici di scopa di legno che passavano da parte a parte del buco e dovevi stare attento che il giocatore di fronte ti dava qualche “infilzata” col manico de legno.
Poi c’era il “canneto”, dove oggi c’è la piscina; in mezzo a quel bosco di canne andavano gli innamorati a fare l’amore… e noi piccoli andavamo a guardà e a “rompe”.
Poi si potrebbero spendere due parole per la Villa Guglielmi (ndr – sembra sorgesse all’inizio della attuale Via Cadore, zona ex Istituto Magistrale “Ferrucci”; anni fa sul muro di uno dei due fabbricati all’incrocio erano visibili delle parti metalliche, residui dei cardini del vecchio cancello). Quella zona era stata occupata dagli alleati per le loro esigenze.
La Villa Ferretti (in piazza Diaz, oggi ristorante Giardino e sovrastante pensione) gli alleati l’avevano destinata ad hotel per gli ufficiali, mentre per i sottufficiali avevano destinato il civico del Viale n. 32 dove abitavo io (ci sono tornato dopo lo sfollamento). Aveva anche una grossa insegna con scritto Hotel nello spigolo smussato dell’edificio angolo via Filzi.

Un personaggio del Rió dela fetina
I limoni si acquistavano al Mercato Maratta, che a quel tempo non aveva ancora la copertura in ferro, e dove, al suo ingresso, stazionava con un cesto appoggiato in terra un noto personaggio anconetano, curiosissimo. Lo chiamavamo “Peppe el limonaro”, aveva un difetto agli occhi per cui per vedere diritto davanti a sé, doveva tenere il capo girato all’insù: “… forza dòne ch’è rivato Pèpeee!… dù soldi i limoni… dù soldi!…” era il suo vociare ricorrente! Dopo la guerra Peppe cambiò genere, con carretto a mano e una damigiana, prese a percorrere le vie della città, imbonendo con un altro motto: “… varichina dòne… varichina!…”.
L’ex Cinema Alhambra era gia nominato Cinema Adriatico sin da prima che il Corso Amedola fosse chiamato Corso Tripoli. Era l’unico cinema del Rió de la fetina, ma anche molto popolare. Noi piccoli ci andavamo con grosse cartate di ‘sumente’ (semi di zucca), quelli più grandi a fumare. Negli intervalli girava sempre un giovane con un vassoio appeso al collo gridando: “caramelle, aranciate e gazzoseeeeeeee!!”
Finita la guerra, al Monte Cardeto e al Monte Cappuccini, i militari avevano abbandonato molte munizioni di cannoni e mitraglie. I ragazzi del Rió dela fetina andavano lassù e con dei sassi aprivano pericolosamente i proiettili (un ragazzo morì perchè il proiettile gli esplose addosso: era uno dei figli di Fuligni il pasticciere). La polvere da sparo era conformata similmente a spaghetti o tagliatelle lunghe. I ragazzi le prendevano e in Piazza Diaz le accendevano, correndo, ridendo e gridando intorno alla fontana… ed anche oltre !!
Anche io, che ero uno dei più piccoli sono andato al Cardeto e ho provato ad aprire un proiettile… ma per battere con un sasso andavo troppo vicino alla capsula… ho avuto paura e ho abbandonato tutto lì… poteva anche uccidermi!!!
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