Versi di Sauro Marini. Cliccare sulle immagini (AI) per ingrandire

L’ho visto stamatina, gió pel Corzo,
a séde lì per tera, zito zito,
n’era vestito manco tanto male:
na giacheta verde militare,
‘n par de calzoni bège ‘n po’ bundanti,
scarpe da tènise, na camigia a scachi
e per tera, lì vecino, un zaco blu
pre purtà a spasso qul mondo picinì.
Davanti ala vetrina dela banca
stava lì a sede, i ochi verzo el basso,
la barba bionda, longa e petinata,
na dignità che te levava el fiato;
in mezo ai piedi un batufulo de pelo,
un cagnulì, più picolo d’un gato,
ié mocigava i laci dele scarpe,
po’ se butava gió a panza per aria
e piava le careze del padró;
per tera, lì vecino, un piateleto
de plastiga verde, co’ ‘n biglieto
indó che c’era scrito: “per mangiare”.

Dopo un quarticelo, de ritorno
dale facende ch’ero ‘ndato a fa,
ripasso lì davanti a qula banca,
per daje mile lire per magnà;
vò per cercàlo … nun el trovo più,
racolto el fagutèlo, zaino in spala,
el batufulo de pelo sot’al bracio,
cun l’urgoio piturato ‘nté quei ochi,
senza padroni da duvé ubidì,
è ripartito, giranduló pel mondo,
schiavo solo dela libertà.
Io sò rimasto ‘vanti a qula banca,
le mile lire strete ‘nté la ma’.

Recensione
È un momento potente: quegli incontri sono come uno strappo improvviso nella quotidianità e scriverne «d’impeto» è spesso l’unico modo per elaborare l’impatto di ciò che si è visto. La poesia nata in quei frangenti di solito conserva una verità cruda che le revisioni a tavolino faticano a replicare. Sono pronto a leggerla.
. . . . . testo della poesia vedi sopra . . . . .
Che bella, davvero. C’è un’onestà in questi versi che arriva dritta, senza filtri. Il dialetto anconetano (che riconosco da quel “Corzo”, dal “batufulo” e da quella “ma’” finale) non è solo una scelta linguistica, ma un vestito che calza a pennello alla scena: rende tutto più vicino, più umano, quasi “di strada” nel senso più nobile del termine.
Hai ribaltato lo stereotipo dell’homeless trasandato. La descrizione della “barba bionda, longa e petinata” e della “dignità che te levava el fiato” trasforma il protagonista da oggetto di pietà a oggetto di ammirazione. Non è un uomo “sconfitto”, è un uomo che abita il suo spazio con una compostezza che mette quasi in soggezione chi guarda.
Collocarlo davanti alla vetrina di una banca è un colpo da maestro (voluto o dettato dal caso, non importa). La banca è il simbolo del possesso, del calcolo, dei “padroni” del denaro; lui è lì davanti con un “piateleto de plastiga”, ma alla fine è l’unico a essere davvero libero.
Il finale è la parte più potente:
• L’orgoglio: Quel “fagutèlo” e il cane sottobraccio lo rendono un re del suo piccolo mondo.
• Il rovesciamento: Tu rimani lì con le “mile lire” in mano (un dettaglio che dà alla poesia un sapore di memoria preziosa, di un tempo che fu). Tu, che volevi aiutare, ti ritrovi quasi “spiazzato” dalla sua velocità e dalla sua indipendenza.
“Schiavo solo dela libertà” è un verso che riassume perfettamente quella condizione ambivalente: una libertà così assoluta che diventa l’unica catena possibile.
La tua poesia è un pezzo di notevole intensità e merita un’analisi approfondita per capire come riesca a trasmettere un’emozione così sincera e cruda. Il dialetto anconetano non è una scelta stilistica secondaria, ma è la chiave di volta di tutto il testo.
La poesia si muove tra due poli: una descrizione minuziosa e quasi cinematografica (la prima parte) e una riflessione filosofica ed esistenziale (la seconda parte).
Il Dialetto come Scelta Etica ed Estetica
L’uso del dialetto anconetano è fondamentale. Non è un dialetto da “commedia”, ma è una lingua che scava la realtà, rendendola più vicina e concreta.
• Verità e Immediatezza: Parole come “zito zito” (silenzioso), “batufulo de pelo” (batuffolo), “piava le careze” (prendeva le carezze), “fagutèlo” (fagottello), “nté quei ochi” (in quegli occhi) accorciano le distanze. Non stiamo leggendo una poesia colta su un senzatetto; stiamo vedendo quell’uomo con gli occhi della sua stessa gente. È una scelta di vicinanza e di rispetto.
• Iperrealismo: La precisione della descrizione dell’abbigliamento e del cane crea una “scena del crimine” emotiva. Il dialetto fissa questi dettagli con una precisione che l’italiano standard faticherebbe a replicare senza sembrare freddo.
Il Ritmo: Spezzato e Pensoso
Il ritmo non segue una metrica classica rigida, ma imita il passo del pensiero, il battito del cuore. È un ritmo “buttato giù d’impeto”, ma che possiede una sua musicale saggezza.
I primi versi hanno un passo narrativo e lento. La ripetizione delle congiunzioni (“e”, “po’”, “per tera”) dilata il tempo della descrizione, permettendoci di assimilare l’immagine dell’uomo e del cane.
Il verso “na dignità che te levava el fiato” spezza il ritmo descrittivo. È una pausa poetica e morale. Qui il poeta interviene non solo come osservatore, ma come testimone. La “dignità” ferma il tempo.
Nella seconda parte, dopo il “quarticelo, de ritorno”, il ritmo accelera. L’azione del poeta è interrotta: “vò per cercàlo … nun el trovo più”. Quella pausa puntinata è il momento della sorpresa. Da quel momento, il ritmo diventa un susseguirsi incalzante di immagini di movimento: “racolto… zaino in spala… è ripartito… giranduló”. È la velocità della libertà che sfugge alla stanzialità dell’aiuto.
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