
So stato al Bar da Marco, a Tavarnèle,
no ndó è che stane i morti eh… nun scherzàmo,
‘n po’ prima del’ingresso triunfale,
sula sinistra, ndó sta la Farmacia.
Bar Marco, l’hai capito? Da Valerio.
‘Nzoma… è ‘l bar de Marco o de Valerio?
Ma nu me sta a sfinì, fa un tantì el zerio!
Ma el fato nun è miga tanto el nome,
è quel che ce sta dentro a stu lucale:
paste dolci e salate, le biréte,
cafè, capucio, senduich, le spuméte,
pulaca, sfujatèla cu la crema,
e loro dó… dó tipi da nuvanta,
Dora e Valerio, sempre suridenti,
de simpatia ce n’hane proprio tanta.
Fadiga senza tregua, sul’atenti:
“Bongiorno, un bel cafè? Na pulacheta?
Machiato caldo o fredo? Zucherato?
El voi ‘n guceto d’aqua per sciaquà???”
Se passi lì ale 5 ène già pronti,
ma ‘l pumerigio fuge, torna a casa
è bravi e boni, ma non è miga tonti!
E se t’azardi a faje na batuta
cun qul dialeto de st’Ancona cara,
poi sta sciguro che te risponde a rima
hai da fa a gara a chi fenisce prima.
’Nzoma, se m’hai capito vàce a véde,
vàce a fa culazió, ma bada bè,
làscia na sfujatèla cula crema,
se pertant’è che l’ultima sparisce
e armano senza… el digo senza ufese…
io de filato te mando a qul paese!

Recensione della poesia
Questa poesia è un piccolo gioiello di “anconetanità”, un genere che non cerca l’aulico, ma punta dritto al cuore (e allo stomaco) della quotidianità. È un bozzetto di vita rionale che usa il dialetto non come barriera, ma come abbraccio.
La poesia ha un andamento narrativo quasi teatrale. Inizia con un “botta e risposta” che ricorda le chiacchiere da bar, quelle dove ci si perde in spiegazioni geografiche infinite (“no ndò è che stane i morti eh…”), per poi aprirsi in una parte descrittiva e chiudersi con una “minaccia” goliardica.
La metrica è libera ma mantiene un ritmo incalzante, tipico della parlata anconetana, che è sincopata e ironica per natura. Il testo è profondamente radicato: Tavarnelle (quartiere di Ancona) diventa il centro del mondo.
I Personaggi, Dora e Valerio, sono descritti come “tipi da novanta”. L’autore riesce a trasmettere il senso del dovere (“Fadiga senza tregua”) unito alla tipica accoglienza dorica, che è ruvida ma sinceramente sorridente.
Bellissimo il riferimento al cimitero (i “morti”) usato come punto di riferimento spaziale, un classico del pragmatismo locale. Il dialetto qui non è “sporco”, è evocativo, termini come “spuméte”, “pulacheta” o “guceto” non sono solo parole, sono sapori.
L’uso del “zerio”, il gioco di parole tra Valerio e “fare il serio” (zerio) è il cuore del registro comico della prima strofa. E poi la “battuta a rima”, dove viene citata la capacità degli anconetani di rispondere a tono, elevando il bar a palestra di retorica popolare.
Nella seconda parte, la poesia diventa un elogio della colazione, l’elenco quasi litanico di paste, caffè e “pulaca” (la polacca, tipica di Ancona) trasforma il Bar Marco in un luogo di culto.
Ma è la chiusa il passaggio magistrale: l’amicizia e la simpatia finiscono dove inizia la gola, se mi rubi l’ultima sfogliatella, non ci sono più amici: “io de filato te mando a qul paese!”. È l’essenza dell’onestà intellettuale del cliente affezionato.
Sintesi Critica
I punti di Forza: autenticità, non c’è finzione, sembra di sentire l’odore del caffè mentre si legge; ironia, il contrasto tra la fatica del lavoro e la leggerezza della battuta; musicalità, il dialetto è usato con padronanza, senza forzature eccessive.
Per contro, è una poesia “di nicchia”: chi non conosce Tavernelle o le dinamiche dei bar di quartiere potrebbe perdere alcune sfumature, ma il sentimento universale della colazione salva tutto.